domenica 27 agosto 2017

Sto lavorando a un montaggio, da qualche tempo. Ripulisco il girato, eliminando gli errori, il superfluo, le eccedenze. Faticosamente: una sceneggiatura rigida provoca meno languore. Non riesco a riconoscerle, le eccedenze. Come stare sulla soglia di una città a cui abbiano abbattuto la cinta muraria, e non riuscire a riconoscere il punto esatto in cui ha inizio e fine la campagna. Non avere un’idea predefinita chiara, robusta, tagliente mi lascia troppa vaghezza. Convalescenza brilla: il barista mi guarda e io non so cosa ordinare.
C’è una scena che mi piace moltissimo. Notte. La videocamera è collocata qualche metro dietro l’auto, sul ciglio di una strada periferica, abbastanza trafficata. Attraverso il lunotto vedo lei, seduta accanto al conducente. Se ne coglie solo un accenno di profilo scuro. Oltre il parabrezza sporco gli occhi delle auto, bianchi o rossi. Lei parla. Parla, gesticola, sostiene la fronte con il braccio sinistro, ride, si sistema una ciocca. Parla rivolta a qualcuno fuori campo, oltre il taglio del quadro. Parla vivace. Ascolta, ogni tanto. E io so che parlava con me, che aveva il telefono in vivavoce, sul sedile di un conducente inesistente.
Ma ora non ricordo più. Non ci credo più. Con chi parla? A chi rivolge lo sguardo, il profilo? A chi regala le sue confidenze senza sonoro? La voce di chi ascolta? La voce di chi ascoltava?
Poi l’operatore mette a fuoco, zooma leggermente in avanti, assesta il taglio. C’è qualcuno che osserva. Qualcuno la cui tristezza si è solidificata, rappresa, e su quella base grigia di dolore antico ha edificato un linguaggio, un’arte, una professione, un’identità.
E io, dallo schermo, guardo questo professionista, questa concrezione di melanconia dimenticata, che osserva attraverso lenti e vetri una silhouette rivolta verso un altro. In una notte dissolta nel passato.
E poi mi arriva un video, su WhatsApp. Una ripresa casuale fatta durante un laboratorio di regia. Ancora notte. Macchina fissa su un locale con pareti trasparenti. Dentro, come in un acquario, c’è un uomo con due ragazze e una donna. Si muovono, organizzano la scena, vivacemente, percorrendo le traiettorie vitali di una coreografia involontaria. Si indovinano voci ritmiche, decise, colorate. Poi, dal bordo destro dell’inquadratura entra in campo un ragazzo. Lentamente si avvicina alla parete esterna del locale. Osserva il mondo che si agita nell’acquario. Appoggia una mano contro il vetro. Come guardasse con dolcezza la foto della scena primaria. Accaduta chissà quando, chissà dove. Al di là di una trasparenza impenetrabile e maledetta.
E anche questa volta l’operatore assesta la messa a fuoco. E io so che c’è qualcuno che spia questa disperazione, questa frattura incurabile, questo esilio senza grazia.
I meccanismi automatici della mia psiche mi spingono addosso al ragazzo, lo avvolgo, lo divoro, mi lascio assorbire da lui. E con lui sento l’eco lontanissima e irrisolvibile di un odio profondo per quel tizio che si muove nell’acquario. Un rancore oceanico, trattenuto, per la sua barba, i ricci, i gesti disonesti.

Intanto ascolto Nektaria Karantzi e Vassilis Tsabropoulos suonare musica bizantina. Voce senza luogo, imprigionata nella trasparenza di ogni vetro.

martedì 18 luglio 2017

Un gesto semplice, fotografato con inquadratura dall’alto. Lei in bagno, accanto alla tinozza, osservata con la curiosità silenziosa di un bambino che ha finito i compiti. E non sa che fare. Ho sempre amato questo disperato desiderio di acciuffare l’istante. Degas. Delicato, tenero innamoramento per l’altrove.
“Ecco come vorrei costruire le inquadrature”, le dico, al bar. E le mostro contento alcuni dipinti di più di un secolo fa. Coi colori falsati da internet e dallo schermo del mio telefono.
“Non li sopporto”, dice semplicemente. Non sopporta che in tutti i quadri il volto della donna sia sempre assente. Negato. Cancellato.
E la mia delicatezza, e quella di Degas, si spogliano, si dissolvono, si sgretolano, come maschere andate a male. E mi accorgo di quanto odio, quanta aggressività, violenza avvelenata e rancorosa ci siano in quel bambino che osserva la madre fare il bagno. In quell’amante che percorre distante la schiena di una donna che ha già tradito.

E sempre, ancora una volta, sento che l’obbiettivo teso della mia macchina, il pennello morbido di Degas, il volto trasparente del mio telefono rettangolare, hanno lo stesso odore d’osso dell’arma che ho raccolto qualche milione d’anni fa, per dilaniare la natura. La mia.

mercoledì 11 gennaio 2017


Montaggio discontinuo.
Alcuni mesi fa lavoravo a un video inutile. Senza utilità e senza intenzione chiara. Ho raccolto molto materiale: dettagli di oggetti, crepe, tronchi, visi, panchine, nuvole, fiocchi di neve, piedi, peli, aerei, gesti. Per alcuni giorni, attraverso il finestrino, sulla strada che mi portava in centro, mi ha colpito una siepe di foglie scarlatte. Si mescolava ad altre siepi con foglie di verde intenso, e al bianco dei germogli di un albero. Lì, sul marciapiede che corre accanto alla strada asfaltata. Questa composizione mi piaceva, come solo l’intensità della primavera può piacere e spaventare. Mi fermo, armato di videocamera, per uccidere finalmente questo piacere. Riprendo per una decina di minuti le foglie, i contrasti, la sinfonia di colori. Improvvisamente sento il rumore di un click fotografico. Esplicito e sfrontato. Dalla finestra di una casa lì vicino, un tizio, vestito con tuta color depressione, mi fotografa col suo tablet. Non si nasconde, anzi: l’esplicitezza del suo gesto e la sua espressione seria e tesa mi comunicano con chiarezza qualcosa. Sembra volermi dire che mi aspettava. Che gliel’avevano detto che sarei arrivato, che qualcuno sarebbe arrivato, prima o poi, armato e minaccioso. E lui non è affatto impreparato: sono anni che leviga la sua competenza, e ha imparato che al fuoco della videocamera altrui deve rispondere con il fuoco del suo tablet. E lo fa. Cinque o sei volte, guardandomi negli occhi come un eroe western che difende la sua famiglia. Riprendo a inquadrare le foglie. D’altro canto, perché prendermela? Il tizio ha ragione: io sono lì per fare del male. Solo che non ho intenzione di uccidere lui, ma i colori della primavera. E me stesso. Dopo pochi secondi, dal portone di casa sbuca fuori una donna. La moglie del pistolero, immagino. Si avvicina mordendomi col suo sorriso. Mi chiede cosa sto facendo e perché riprendo la sua siepe. Io cerco di camuffarmi dietro una maschera di innocua rispettabilità: mi piacevano i colori, non sono un giornalista, sono un insegnante, amo l’arte, abito qui vicino, complimenti per la siepe, e così via. Ma la signora va via delusa, frettolosamente. E scorgo dietro la finestra chiusa il marito che ci spia. Immagino che anche lui sarà deluso, quando sua moglie gli spiegherà che non sono io l’alieno che aspettavano. Magari avranno ricontrollato, interrogato la mia foto, e il mio fantasma gli avrà risposto di no. Non ancora.


Tempo fa parlavo con qualcuno. Un adulto. E si discuteva di giovani, di studenti, criticando la dipendenza dall’immagine e dai dispositivi che permettono loro di fotografarsi, ossessivamente, accumulando centinaia di selfie, di immagini di sé. Di rappresentazioni di sé. E poi, negli stessi giorni, mi trovo a coprire un collega assente in una prima. Sono tutte ragazze, una ventina. Sono inquiete come elettroni appena nati. A un certo momento, una di loro propone di realizzare un video con lo smartphone. Capisco che devono averlo già fatto altre volte, perché si muovono e si dispongono subito in una distribuzione coreografica. Parte una musica, e la ragazza armata di telefonino, camminando dalla porta alla cattedra, riprende lentamente, attentamente, le compagne immobili, immortalate in un gesto qualunque cristallizzato, come gli invitati dei primi minuti di Marienbad. La ripresa dura un minuto e mezzo circa. Le ragazze chiedono anche a me di restare immobile, di respirare il meno possibile. Ma il video non è venuto bene: qualcuna ha ceduto, un’altra ha contratto i muscoli del viso. E allora si riprova, e si riprova ancora. Per circa tre quarti d’ora, dieci, quindici volte le ragazze si posizionano come geroglifici in un museo, e la giovane compagna percorre questa foresta di statue adolescenti fissando tesa il suo telefonino. E ogni volta, quando le statue riprendono vita, ridono, respirano, la ragazza ricontrolla il video e dice di no. Non va bene. Non ancora.


Sono seduto a un tavolino di un bar, all’aperto. Pomeriggio inoltrato autunnale. Quasi sera. Uno dei tavoli è occupato da tre persone, un uomo e due donne. Chiacchierano. Li ascolto, anche se non riesco a decifrare tutti i suoni. Chiudo l’occhio sinistro e li inquadro col destro. Devo zoomare, perché sono distanti quattro o cinque metri da me. Nei loro discorsi si concentrano sulla bevanda che l’uomo ha ordinato e sta bevendo. Dev’essere qualcosa di insolito, perché una delle ragazze, quella che sta di fronte a lui, fa domande, ride, è incuriosita. Poi il tipo le offre la tazza, per assaggiare. Lei beve. Mi pare le piaccia. L’uomo la offre anche all’altra, quella che sta alla sua sinistra (il tavolino è quadrato). Ma lei, alzando il volume della voce, risponde prontamente di no. Non vuole assaggiare. Non vuole toccare la tazza. Io spengo la mia videocamera invisibile e smetto di guardarli, con un po’ di tristezza. E mi viene in mente un sogno, o un ricordo opaco, lontano, difficile da collocare. Una stanza molto piccola, piacevolmente disordinata. Una cucina. Il duro di un divano improbabile che mi sostiene. Al tavolo, a mezzo metro da me, la ragazza sta mangiando uno yogurt. Bellissima. Mi dice che è molto buono. Mi chiede di assaggiarlo. Io allungo la mano per afferrare il suo cucchiaino, ma lei tira indietro la sua. “Aspetta. Te ne prendo un altro. Uno pulito”.
E scivolo ancora, in uno dei primi ricordi che ho. Del ‘79 o ‘80, credo, tenendo conto della casa. Sono per terra, in corridoio, vicino alla porta d’ingresso. Sto giocando, forse, non ricordo bene. Improvvisamente mi accorgo del mobile con specchio che si trova a un metro scarso, alla mia destra. Realizzo l’intenzione di specchiarmi. E allora, lentamente, gattono lateralmente, finchè, sulla superficie lucida dello specchio verticale, non compare la faccia di un bambino con capelli spettinati ed espressione perplessa, delusa. Disincantata. Che mi dice di no.
No, non tu, mi dice. Non qui. Non adesso. Non ancora. Non più.
Non io.

mercoledì 9 marzo 2016


“Perché avete tutti così tanta paura della videocamera? Siete attori…”
L’attrice di teatro: “Perché non ti risponde. È lì, ferma, ti punta con la sua luce rossa. Col suo occhio. Col pubblico è diverso. C’è uno scambio, ti coinvolge, è un rapporto vivo! La videocamera no. È ferma, meccanica, sembra morta… Eppure sai che sta registrando tutto, tutto quello che dici, gli errori”.

“Alle volte mi fermo a osservarvi, e rifletto sullo strano rapporto che ho con le compagnie teatrali, quando mi capita di dover filmare l’allestimento di rappresentazioni, come in questo caso. Mi colpisce, mi incuriosice questa vostra condivisione del tempo, anche fuori dal palco. I mesi che trascorrete insieme, come una famiglia, come un unico organismo che respira, che si agita internamente, confligge, armonizza. Il mio lavoro è molto diverso. C’è una cosa che mi è capitata molto spesso, durante la lavorazione di documentari. Faccio riprese, accumulo materiale. Poi inizia il montaggio. E per giorni, settimane, vedo quotidianamente un viso nello schermo, nel mio studio, in casa mia. Al mattino, di sera. Di notte. Ne osservo le espressioni, il taglio migliore, il modo di ridere. Cerco di inserirlo nel video che sto montando, con coerenza. Mi abituo alla sua presenza. Diventa familiare il modo di guardare, di ascoltare l’interlocutore, il cambio repentino dalla serietà all’allegria. I particolari del volto, delle mani, la pettinatura. Il modo di stare seduto o seduta. Alcuni gesti furtivi, fuggitivi.
Poi, casualmente, improvvisamente, mi capita di incontrare lo stesso viso, vivo, per strada, fuori dallo schermo, fuori dal mio studio, e avverto una strana familiarità, una confidenza immediata. E il viso non mi riconosce nemmeno. Mi guarda per un attimo, mi sente estraneo, e prosegue”.
L’attore di teatro: “Come un innamorato non corrisposto”.
“Sì. Forse”.

Mentre lavorava alla sua tesi, Giovanna mi ha ricordato quella favola di Esopo, che leggevo da piccolo, sul libro di lettura delle scuole elementari. Il leone, ormai anziano e stanco, non è più in grado di cacciare. Lavora d’astuzia, allora: invita gli altri animali nella sua grotta, e, quando sono lì, li divora. Solo la volpe riesce a sottrarsi alla fame del vecchio leone: trovando solo orme di animali che entrano nella tana, ma nessuna che ne esce, decide di restare al di qua della soglia. E così si salva. Non so più chi abbia proposto un’interpretazione della favola un po’ diversa da quella classica, quella che concludeva la pagina del mio libro di lettura, elogiando l’intelligenza e l’accortezza della volpe, che sa conservare la propria incolumità dalla minaccia del mostro. Sì, è vero, tutti gli altri animali hanno perso se stessi, scomparendo nel buio della grotta e nelle grandi fauci del leone. La volpe no. La volpe è più astuta del vecchio felino. Tiene sotto controllo le tracce, le sa intepretare, sa prevedere il rischio. Così si mantiene integra, non perde il controllo, non si lascia assorbire dal mistero. E conserva la propria individualità. E con questa preziosa ricchezza può continuare a muoversi, e vagare, viaggiare da un bosco all’altro, da una comunità all’altra. Liberamente. Sempre sveglia. Sempre cosciente.

venerdì 1 gennaio 2016


Una persiana aperta, di notte, e fuori la via lunga e stretta. In basso l’acqua. Non c’è l’asfalto o il grigio ottuso del marciapiede, ma acqua. Come nel finale di un film, o in un sogno. Le case, gli edifici poggiano sull’acqua. Lanciando uno sguardo svelto, in fuga, oltre la finestra, vedo il movimento continuo di questo fondo liquido, precario, da cui tutto emerge. Come un monito. Come un tizio che ti sorveglia davanti al portone. L’eleganza di una città costruita sulla paura, sulla fuga da un aggressore. L’origine e il destino di questo sistema architettonico è così evidente, la sua grazia, le delicate composizioni si arrampicano dall’impalpabile, e lentamente sprofondano nell’impalpabile. Dovrei fare foto in formato verticale, allungate, per catturare queste strane lacrime nere che scendono giù dalle finestre, questa corrosione. Per catturare le rughe di questa donna straordinariamente attraente, soprattutto se sorpresa in pigiama, spettinata, struccata. Di malumore.
E scatto foto. Centinaia. Assillato dalla maledizione della libertà digitale. Provo ad appropriarmi di tutto. Correggo la mia posizione, inclino leggermente il corpo, premo tre o quattro volte il pulsante. Ogni volta sento che sto per afferrare, acchiappare la perfezione. Che sarà l’ultima foto, quella definitiva. Come guardarsi continuamente allo specchio, con chissà quali silenziose aspettative. Con chissà quali ambizioni. E ogni volta il riflesso risponde “Non ancora”. Non qui. Non ora. Non tu.
Al di là del vetro, nella hall di un albergo, vedo una ragazza orientale, seduta, con lo sguardo rivolto in basso. Legge qualcosa, una guida, forse. La luce del locale è rossa, e le taglia il viso senza troppo contrasto. Ho già fotografato un bel po’ di visi dell’Estremo Oriente, qui; ce ne sono tanti. Ma mi convinco che questo sia quello a cui non posso rinunciare. Comincio a litigare con la vergogna, con l’imbarazzo, con la paura di essere visto. Con il terrore che la ragazza sollevi gli occhi e guardi in macchina. E mi interpelli. E giro su me stesso, arretro di qualche passo, poi avanzo, provo a travestirmi da fotografo spensierato, disinvolto, gioioso. Non riesco. Non è vero. Giovanna e Lorenzo si sono fermati una decina di metri più avanti, mi aspettano. Io mi comporto come se dovessi abbandonare tutto per questo profilo immerso nella luce rossa. Ma anche come un innamorato goffo e inesperto che non sa dichiararsi. Goffo, ridicolo. E colpevole. Che ha paura che il riflesso gli risponda di no. Non ora. Non tu.
Rinuncio alla foto.
Qualche giorno fa, durante un pranzo, un’amica mi dice di soffrire di diplopia. Mi spiega che vede gli oggetti doppi. La conosco da anni, ma non lo sapevo. Resto molto sorpreso. Le chiedo di farmi un esempio. Lei si volta, mi indica il cameriere che si trova a una decina di metri, e mi spiega che ne vede due. Le chiedo “Ma quindi, ogni volta che ci incontriamo tu vedi arrivare due me, non uno…”. Mi risponde di sì. Immediatamente, con stupida sincerità, domando: “E come fai a capire qual è quello vero?”. Sorride.

domenica 4 ottobre 2015

I ragazzi di quarta criticano Platone. Qualcuno mi dice che è “tutto fumo”. Probabilmente il mio odio per la sua filosofia ultraterrena trapela, mentre lo spiego. L’insufficienza delle prove dell’immortalità dell’anima, il disprezzo per il cavallo nero. Socrate che manda via sua moglie, perché il suo pianto e la sua disperazione gli impediscono di morire in equilibrio. L’omaggio reso ad Asclepio, perché guarisce dalla malattia della vita. Racconto ai ragazzi la leggenda di Kleombrotos, che si getta dalle mura della città, dalle mura della vita, dopo aver letto Platone, felice di abbandonare il corpo. Verso la certezza immutabile dell’idea. E mentre continuo a spiegare non nascondo più il mio dissenso, l’impossibilità di sopportare il suono di una maledizione antica lanciata sull’Occidente.
Ho due ore di buco, prima di un’altra lezione. Vado verso il mare, non so perché. Giornata di autunno precoce, piovosa, cupa. C’è molto vento. Mi fermo davanti al parapetto, un paio di metri al di sopra del livello del mare. Grigio, tormentato, violento. Sembra che sia stato appena versato. Sembra che l’inconscio abbia violato le pareti del torace, del cranio. Frastuono. Lo guardo sotto di me. E comincio a immaginare come inquadrarlo. Come inquadrare quelle poche figure che camminano sul lungomare semideserto. Anche loro un po’ stupiti, come fosse appena inziato lo spettacolo del mondo. Penso che potrei riprenderli da lontano, magari con un tele. Schiacciare quel ciclista anziano, spettinato, contro lo sfondo del mare che ruggisce. E immaginare una storia, un racconto, un motivo per cui il personaggio debba fermarsi qui, davanti a quest’acqua, per qualche minuto. Tristemente. Come in attesa. Come abbandonato. Mi accorgo che anch’io mi posiziono in modo innaturale, badando al rapporto geometrico tra la mia figura e lo sfondo. Badando all’illuminazione diffusa, a come il grigio dell’autunno può togliere vivacità al colore della mia giacca.
Mi stufo di questo spettacolo, di queste immagini scontate. Entro nel bar. Dal vetro del locale si vedono ancora i cavalloni rimescolarsi e divorarsi l’un l’altro. Ma la radio accesa manda una musica che copre il rombo dell’acqua, una musica senza toni gravi, chiacchiericcio ritmato e appiccicoso. È strana la dissonanza tra questo sonoro e l’immagine di là dal vetro. Mi ricorda un film di De Oliveira. Poi, improvvisamente, parte una canzone vecchia di una ventina d’anni. Una di quelle che tormentavano le estati di inizio anni ’90. E parla del mare, di lui che parte in moto, convinto di trovare lei. E poi arriva sul molo, ma lei non c’è. E allora la voce si chiede “Cosa sono venuto a fare?”. Tristemente.
Mi stufo anche di ascoltare le crisi lontane di Luca Carboni, e apro il libro. Provo a passeggiare un po’ con Volponi, con i suoi personaggi. Guido e Letizia sulla spiaggia di Pesaro. Il loro dialogo, i loro impermeabili discreti, il loro provare a sfiorarsi, e poi evitarsi, girare lo sguardo altrove, dire l’opposto di quello che pensano. Dire quello che non sentono. Non dire quello che sentono. E camminare sul bordo del mare, sul limite di questo frastuono invadente, che corteggia la roccia da milioni di anni, a ogni secondo. E non smette mai. E non la conquista mai. Come l’amplesso del primo episodio di Al di là delle nuvole, con gli amanti che tracciano l’uno il contorno dell’altra, ma senza mai toccarsi, senza mai mescolarsi. Nella nebbia di Ferrara. E Ines Sastre che non si toglie nemmeno le mutande.
È lì che fiorisce l’arte? In questa tristezza compiaciuta? In questa cintura di castità sollevata tra la città e il mare? Coltiviamo fiori nello spazio tra un sampietrino e l’altro. Nell’abisso che si apre tra due materassi a una piazza. Sul bordo della vita. È possibile pensare un’arte diversa? Girare un film che non affondi le radici nella rinuncia, nella censura, nel desiderio di abbandono, nel piacere dell’abbandono? Nel desiderio di un mondo ideale che non deve mai piovere a terra? Se dopo qualche istante si fosse avvicinata la moglie del ciclista spettinato, lui le avesse sorriso e fossero andati via insieme, probabilmente avrei buttato via il personaggio. Sarebbe sfiorito il mio interesse.
Vorrei tanto incontrare Platone. E strangolarlo.
Uno dei tanti frammenti di pellicola. Un uomo al volante di un’auto guida, su una strada cittadina. La strada curva lievemente verso sinistra. I finestrini sono abbassati a metà. Il tipo guarda avanti. La videocamera potrebbe essere collocata sul sedile posteriore, e vedere il mondo che viene incontro, dal parabrezza, e una porzione del braccio e della mano del conducente. Sulla sinistra, sul bordo del marciapiede, si ferma una donna, probabilmente deve attraversare la strada. Vestita di verde e bordeaux. Qualcosa di esotico. Qualcosa di molto familiare. Inquadrata a spalla dal finestrino sinistro. La figura è tagliata a metà dal bordo superiore del vetro. Primo piano del conducente. Mantiene lo sguardo fisso in avanti, per evitare l’incrocio. Per evitare lo sguardo. La figura della donna scorre all’indietro, lungo il parabrezza, i finestrini, il lunotto. Inquadrata a spalla dal sedile posteriore. Come seguita dallo sguardo di un bambino portato in macchina dai genitori. Senza capire perché. E senza capire per dove.

Forse non è Platone che va strangolato.

sabato 29 agosto 2015

Pomeriggio di tarda estate. La macchina ferma sul ciglio della strada. Dal finestrino aperto vedo la sua figura femminile, di schiena, che scarica una busta nel secchione giallo della plastica. Tra il secchione e il legno del palo della luce ci sarà un metro circa. E lì, in quell’intervallo stretto, si muove una figura. Piccola, lontana, vestita di rosso. È una donna che sta lavorando la terra, piegata su un campo arato color aridità. Dietro di lei, ancora più distante dal mio finestrino, un trattore fa manovre che non riesco a decifrare. C’è un po’ di vento che riempie l’immagine. Penso che potrei lavorare su questa inquadratura fissa, giocare con la profondità di campo, col contrasto tra la figura giovane, contemporanea, in primo piano, e quelle lontane, rurali, che sembrano il riverbero della memoria collettiva. Memoria trascorsa, ma solo in apparenza. Immagino di accentuare il contrasto tra i vari piani narrativi. Lei potrebbe voltarsi e avere tratti più accentuatamente moderni, potrebbe controllare lo smartphone o avere una pettinatura particolare, eccentrica. Creare un conflitto, un conflitto interno alla memoria.
Ma subito immagino di zoomare sullo sfondo, sulla donna e sul trattore, mettendo in risalto il dettaglio; ingrandirlo, dargli importanza, permettendogli di conquistare una porzione molto più ampia dello schermo.
Ma no! Non è così che si lavora con la profondità! Non dovrei zoomare… Le figure della memoria devono restare sullo sfondo, piccole, marginali. È lo sguardo che deve sorprenderle, come un significato remoto. Riconoscerne il valore nascosto dietro la piccolezza, la contingenza passeggera, inutile.
Il problema è che non mi fido dello sguardo. Non riesco più a fidarmi. Immediatamente penso che una inquadratura del genere, prolungata, magari anche ben costruita, sarebbe comunque inefficace, non acchiapperebbe l’attenzione degli interlocutori. Annoierebbe. Ci vorrebbero ampi schermi spalancati nel buio di una sala cinematografica, mentre adesso la gran parte dei film o video si guardano su superfici piccole, in stanze illuminate e distratte.
Io stesso mi sento distratto. E quest’immagine mi regala un gusto troppo rapido e passeggero, con un lungo retrogusto amaro.
Sembra davvero che il tragico, la bellezza del tragico, la profondità del tragico che tuona dal sottosuolo sia scomparsa dallo schermo. Dalle immagini. Non riesco a indovinarla dietro al costume. Non riesco a spogliarla. Come accade nei sogni, nebbiosi, noiosi, insensati; piatti riflessi della quotidianità, fantasmi esangui. E poi li spogli, scavi nelle figure che emergono dal sonno, e ti accorgi di quanta polpa, quanto succo c’è. E mostri e demoni e archetipi. E madri, omicidi, stupri e orrore. E desiderio terribile.
Ma è troppo faticoso solo il pensare di sollevarmi da questo torpore, temperare la punta dello sguardo e bucare le ombre che mi danzano davanti, affacciarmi sull’universo che si apre dietro il sipario, cercare il punto di fuga verso cui tutti i fantasmi tendono.
La scena madre è stata cancellata. Il duello, l’omicidio. L’urlo catartico del totem sgozzato, il fragore del corpo fatto a pezzi e divorato non li sento più. Il film è costruito sull’attesa di un incontro, uno scontro, una lotta feroce che non si verifica mai. Un appuntamento perennemente rinviato, il corteggiamento telefonico tra il Bianconiglio e un fantasma. Baci e amplessi virtuali.
L’ultima scena di Cashè, di Haneke. Inquadratura fissa sull’ingresso della scuola. Lunga inquadratura. La gente si muove. Genitori, ragazzi, automobili. E l’occhio della cinepresa insiste, ossessivo, martellante. Quante volte ho visto questa scena. E solo dopo molte volte mi sono accorto che lì, in basso a sinistra, avviene un incontro importante tra due personaggi del film. Un evento che dà alla narrazione un significato nuovo, inatteso. Aperto. Eppure era lì, e non l’ho mai visto. L’occhio era completamente aperto e non ho visto nulla. Come lo sguardo vitreo di un cieco. Come una colpa dimenticata. Come un desiderio rimosso.
Qualcuno incontra lungo la strada un uomo addormentato a cui una serpe è entrata in gola. E il suo morso può trasformare il sonno profondo in morte. “Mordi!”, gli urla, perché l’uomo si svegli e stacchi la testa della serpe. E rida, come nessuno mai è stato udito ridere.

Speriamo che il sonno non sia già troppo profondo. E che l’uomo senta l’urlo.